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venerdì 26 ottobre 2018

Suore di clausura Como

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Le donne che sentono nel proprio cuore di avere la vocazione alla vita matrimoniale, ma non riescono a trovare un fidanzato cristiano, possono leggere il seguente annuncio di un ragazzo che sta cercando una donna che sia fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Cliccare qui per leggere l'annuncio.


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Alle ragazze comasche che cercano un buon monastero di clausura a Como, o in altre province, nel quale poter fare un'esperienza vocazionale per riflettere sullo stato di vita da eleggere, consiglio di scegliere uno tra i migliori, cioè uno nel quale il carisma dell'Ordine religioso preferito viene vissuto con maggiore perfezione e carità. La vita religiosa è meravigliosa, poiché consente di vivere più uniti a Gesù buono e di seguire più facilmente la via della perfezione cristiana.





Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez, S. J. (1526-1616).

Di alcuni mezzi per ottenere la povertà di spirito e conservarla

   Ci sarà di grande aiuto per raggiungere la povertà di spirito e conservarci in essa: primo, quello che dice il nostro santo Padre nelle Costituzioni: «Nessuno usi le cose come proprie» (Const., p. 3, c. 1, § 7; Reg. 4 Summarii). Spiega ciò egli stesso con un paragone: il religioso in tutto quello che usa deve far conto di esser vestito ed ornato come una sta, tua, che non fa nessuna resistenza quando o perché gli tolgono i suoi vestiti; in tal modo dovete usare del vestito, del Breviario o di qualsiasi altra cosa da non sentire, quando vi si dice di lasciarla o di cambiarla, altra reazione di quella di una statua, quando la si spoglia delle sue vesti: se sarà questo il vostro modo, è segno che non l'usate come cosa propria (Vita del S. P. Ignazio, l. 5, c. 4). Ma, se quando vi si dice di uscire da quella tale stanza, di lasciare questo o di cambiare quello, sentite una certa ripugnanza e difficoltà e non siete come una statua, è segno che non la possedete come una statua, perché vi dispiace di esserne privati. Per questo il santo Padre vuole che i superiori provino qualche volta i loro sudditi nella virtù della povertà e in quella dell'obbedienza, come fece Dio con Abramo: in questo modo si mette in luce la loro virtù e si dà loro occasione di crescere in essa (Const., p. 3, c. 1, lit. 5).
   S. Agostino, trattando dell'affetto alle cose della terra dice: Molte volte mentre possediamo una cosa, pensiamo di non essere attaccati ad essa; ma se ci viene tolta, sperimentiamo ciò che siamo (De Serm. Domini in monte; e lib. de vera religione, c. 47 e 48; PL 34, 163). Se quando ti tolgono una cosa ne senti ripugnanza o addirittura ti diviene ciò causa di tentazione, è segno che eri attaccato ad essa, perché tale risentimento deriva dall'affetto. Dice ancora S. Agostino: Quando lasciamo una cosa senza pena è segno che non vi eravamo attaccati, ma quando la lasciamo con pena e dolore, è segno che l'affetto c'era. Pertanto è cosa ottima che i superiori ci esercitino spesso in queste cose, cambiandoci la cella in cui forse stavamo molto bene ed a cui ci eravamo affezionati, facendoci lasciare un libro o cambiare un abito, perché in nulla subentri la prescrizione; in tal modo potrebbe insinuarsi a poco a poco lo spirito di proprietà e sgretolarsi il saldissimo muro della povertà. Sappiamo pertanto che tale esercizio era molto usato dai Padri antichi, perché i loro monaci non si affezionassero a nulla e non considerassero le cose come proprie.
   Così faceva S. Doroteo col suo discepolo S. Dositeo. Gli dava la stoffa per un abito e glielo faceva cucire perfettamente, poi glielo toglieva e lo dava ad un altro. Il libro di S. Doroteo risponde molto bene al nostro modo di fare e discende a particolari minuti. Vi si racconta che S. Doroteo era infermiere quando gli piacque un coltello, non per sé, ma per l'infermeria e lo chiese a S. Doroteo, il quale gli domandò:
   Ti piace questo coltello, non è vero, Dositeo? Ma dimmi; preferisci essere schiavo di questo coltello o di Gesù Cristo? Non ti vergogni che questo coltelluccio s'impadronisca di te? (Act. Sanct. Februarii, v. 3, p. 389).
   Oh, quante volte potremmo dire lo stesso di noi! Non ti vergogni che un'inezia come questa s'impadronisca di te e ti faccia tornare indietro?
   S. Doroteo gli disse: Non lo toccare più; e S. Dositeo non lo toccò più.
   Non consideriamo queste cose come di poca importanza. Dice stupendamente S. Gerolamo, commentando un episodio simile: A chi non comprende il valore della virtù e non è giunto alla sua perfezione e purezza, simili cose sembrano giochetti di scarsa importanza; ma non lo sono, bensì racchiudono grande perfezione e santa sapienza, nascosta ai sapienti e prudenti di questo mondo, e rivelata agli umili, dal cuore semplice (Reg. Monach., c. 12).
   La seconda cosa che ci aiuterà a perseverare nella povertà in spirito, sarà il non aver nulla di superfluo. Questo è un punto in cui la Compagnia ha ricevuto dal Signore una grazia particolare, perché le nostre camere sono come quella che la Sunamite aveva preparata per il Profeta Eliseo (cfr II Reg 4, 8-10). Tale deve essere la suppellettile della nostra cella: un letto, un tavolo, una sedia e una lucerna: lo stretto necessario; non si usa, né assolutamente si deve permettere di tenere la cella ornata di quadri, di ritratti o di altre cose simili, né di tenervi sedie di riguardo, scrittoio ricercato, tappeto o portiera; né possiamo tenere conserva o altra cosa simile per prendere al momento opportuno un po' di ristoro o per offrirlo a quelli che per caso venissero a visitarci; anche per bere un sorso necessario bisogna chiedere il permesso e recarsi a refettorio; e neppure si può tenere qualche libro sul quale si possano far dei segni, o portarlo con sé. Non si può negare che tutto ciò sia vera povertà, ma insieme è un gran riposo e una grande perfezione, perché non c'è dubbio che queste cose appesantiscano molto la vita religiosa: l'averle, il conservarle, l'aumentarle non può non costare cura e distrazione. Col non permettere di possederle, come non si permette da noi, vengono a cessare tanti inconvenienti.
   Una delle ragioni per cui nella Compagnia non si usa che gli estranei entrino nelle nostre camere, oltre che per evitare tanti altri inconvenienti, è proprio questa, per meglio osservare la povertà. In fondo siamo uomini, e se dovesse entrare per confessarsi un cavaliere, un dottore o un mercante, non so se avremmo tanta virtù di sentirci soddisfatti della povertà in cui viviamo, o se non vorremmo renderla più accogliente con dei libri, o anche per essere stimato anch'io come dottore o uomo d'affari. Pertanto ciò ci aiuta a conservarci nella nostra povertà, a non desiderare cose superflue; dobbiamo quindi aver grande stima di tale disposizione e far di tutto perché non ci perda.
   È anche un ottimo mezzo per conservarsi nella santa povertà e molto lodevole, quello di portare al superiore tutte le cosette che solleciterebbero il nostro attaccamento, disfacendosene così, pur avendole avute lecitamente con l'approvazione dell'obbedienza. Nelle Cronache dell'Ordine di S; Gerolamo è detto che agli inizi tale pratica era molto comune e che si aveva tanta cura perché un religioso non avesse presso di sé nulla di superfluo o di eccezionale che, quando si trovava qualcuno che l'avesse, si riuniva il capitolo, si faceva un gran fuoco nel centro e lì si bruciavano quegli oggetti che quei santi uomini stimavano idoli per dei religiosi (Capo 43). Quest'esempio dobbiamo imitare: dobbiamo esiliare dalle nostre celle tutte le cose che non sono strettamente necessarie e disfarcene del tutto, portandole al superiore in modo da chiudere ogni via alloro ritorno; anzi, per disfarcene e portarle al superiore non è necessario che cominciamo ad attaccarci ad esse, basta che non siano necessarie.
   Aggiunge S. Bonaventura che non è da approvarsi l'uso di tener presso di sé tali cosette, neanche per darle poi agli altri, a titolo di premio o di dono, come fanno taluni, perché alla fine occupano il cuore e diventano causa di distrazione! oltre il fatto che con ciò si diventa singolari, perché si ha l'impressione che ci sia qualcuno che ha una specie di deposito di tali cose e a cui gli altri debbono ricorrere. Inoltre, dice il santo, c'è anche un altro inconveniente: che molte volte queste cosette si danno senza permesso, qualche volta per distrazione, qualche altra perché ci si vergogna di tornare tante volte dal. superiore per simili sciocchezze; si è cosi causa che manchino anche quelli che le ricevono senza permesso, perché non si osa rifiutarle anche per non umiliare quello che offre, divenendo casi occasione di poca edificazione e di scrupolo o di rimorso per gli altri. E ancora: certe volte con questi regali e regalucci si fomentano le amicizie particolari, tanto condannate dai santi, perché sono un pericolo per l'unione fraterna di carità, come abbiamo detto a suo luogo (PART. I, TRAT. 4, c. 18). Per tutto ciò, dice S. Bonaventura, queste cose non piacciono ai nostri maggiori (De inform. Novitior., p. 2, c. 9). Così è anche per noi; se ciò è permesso a qualcuno, a causa del suo ufficio, sappiamo bene che i superiori non lo vogliono per gli altri, né ciò edifica i fratelli. Il religioso deve esser povero, non deve aver nulla da dare. Ecco ciò che edifica; quelli a cui piace aver sempre qualche cosetta da regalare non edificano, né fanno buona figura; è dunque bene per noi seguire il consiglio di S. Bonaventura.
    Ci sarà anche di molto aiuto il mantenere in vigore un uso che fa risplendere la virtù della povertà e che, per la grazia di Dio, vige nella Compagnia: il non aver le celle chiuse e non potere, senza un particolare permesso, chiudere scrittorio, cassetta o altro: tutto deve essere aperto a disposizione del superiore. Di modo che nello stesso momento in cui teniamo o usiamo un oggetto, abbiamo l'impressione di dire: Prendilo, se vuoi! Notò a questo proposito S. Gerolamo: Non sia necessario aver chiavi; ciò sarà segno che non abbiamo né stimiamo nulla, fuorché Gesù (In regula, c. 4). Nonostante si abbia tutto cosi aperto ed esposto, resta tuttavia ben custodita da quelli di casa, perché, onde potessimo far così con facilità e sicurezza, il nostro santo Padre ha dato prima di tutto questa regola, che nessuno entri nella cella di un altro senza espresso permesso del superiore; è una serratura che custodisce la nostra cella meglio di una di ferro. E ne aggiunse un'altra: che nessuno prenda nulla di casa o dalla cella di un altro senza permesso del superiore: anche questa è una serratura chiusa molto fortemente a chiave! Su tutto ciò mette il suo sigillo il voto di povertà, altro catenaccio ben sicuro! Con queste tre serrature, munite di fortissime chiavi la nostra cella è ben custodita e tutto quello che eventualmente può esserci dentro, e benché sia aperta, è come sprangata da catenacci di ferro. Tutti dobbiamo adoperarci perché questa norma sia sempre in vigore; sarebbe degno di serio castigo chi osasse agire in modo da svalutare la semplicità e la perfezione con cui si procede nella Compagnia, o offrisse occasione di alterare una cosa tanto santa, in cui tanto risplende la virtù della povertà, contro la quale parlano tanto gravemente e con parole più forti ed espressive delle nostre S. Basilio e S. Bonaventura (BASIL., Const. Monast., c. 35; BONAV., Spec. Discipl., .p. 1).


[ Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].